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la dignità di Portobello

enzo tortora

Il 20 febbraio 1987 un uomo dallo sguardo ormai spento, in evidente stato di commozione, pronuncia tra gli applausi queste parole: “Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta”.

E’ un uomo stanco, fisicamente provato, invecchiato, e i suoi occhi non hanno più luce, speranza, vita.

E’ un uomo distrutto, dal peso di quattro anni di vicende giudiziarie che l’hanno visto coinvolto quasi per scherzo, per una beffa, per un nome scritto male su un’agendina di un pregiudicato, con a fianco un numero di telefono che non era neppure il suo (e che si scoprirà appartenere ad un certo Tortona, nome simile sì, ma non il suo).

Il 17 giugno 1983, quando lo arrestarono, tutta l’Italia vide quella tragica sfilata di un uomo perbene in manette, che camminava dignitoso davanti alle telecamere come a chiedersi il perchè. Inquadrature sui polsi legati, sulla sua camminata, sul suo viso, sullo spintone che gli diedero per farlo entrare in macchina, sulla porta che si chiuse dietro di lui e dietro la sua vita.

Michele Placido interpretò egregiamente la sua vita, nel bel film “L’uomo perbene”, che nel 1999 provò a raccontare, a testimoniare, a capire come possa la giustizia di in un paese civile far ammalare e morire un uomo per un tragico errore, per leggerezza, per una scritta male interpretata.

Guardando le immagini di Portobello, ieri sera, non mi è stato possibile contenere l’emozione.

L’emozione per la vicenda di un uomo discreto, che ha pagato per le colpe di molti, certamente non le sue.

Ma anche l’emozione per una televisione che non c’è più, delle storie sussurrate, a voce bassa, in cui la dignità delle persone era la cosa più importante, e il rispetto era la priorità. Le storie della gente erano una cornice, uno spunto per riflettere e per sorridere con contegno, per entrare in punta piedi nelle vite dei protagonisti, senza alterarne i naturali equilibri. Enzo Tortora rideva con i suoi ospiti, con loro non di loro, e partecipava con discrezione assoluta ai racconti spontanei, allegri, tristi, mai esagerati.

Ero piccola allora, ma ricordo che vedere Portobello era un appuntamento per tutti: per i miei, per i nonni, per gli zii, per gli amici, tutta l’Italia si sedeva compita e timidamente curiosa di conoscere le storie della puntata di turno, di vedere i tentativi di far parlare il pappagallo Portobello, di sentire la frase storica, detta ogni volta: “Big Bang ha detto stop”. 

Si parla di rifare Portobello, ci si illude che il titolo di una trasmissione così popolare possa riportare la spontaneità di allora.  Solo un cieco, accendendo la televisione e guardando le brutture che passano oggi, può pensare che l’Italia di oggi possa ancora emozionarsi per una trasmissione come quella.

~ di valewanda on 9 Marzo 2010.

Una risposta to “la dignità di Portobello”

  1. Che bel post, Vale! Mi ha davvero riportato indietro negli anni. Bello, e triste e malinconico. Però mi rifiuto sempre di pensare che il presente sia peggio del passato, e che oggi non ci sia spazio per una TV ben fatta. In realtà ci sono bei programmi, che non sono più “per tutti” forse (penso a Che tempo che fa, o Parla con Me) ma che raccontano il nostro tempo, così come Portobello raccontava il tempo della nostra infanzia